Le paure dei bambini…

Nei bambini la separazione tra realtà e finzione è spesso sfumata, poiché l’esperienza e la conoscenza della realtà è più confusa e lascia molto spazio al pensiero magico. I bambini sono soggetti alla paura più degli adulti, sia perché sono più vulnerabili e quindi il mondo presenta per loro più insidie, ma anche perché possiedono un bagaglio psicobiologico meno maturo per affrontare la paura stessa. Ricerche nell’ambito delle neuroscienze hanno ampiamente dimostrato che il circuito primitivo della paura che determina le nostre risposte istintive e immediate entra immediatamente in funzione alla nascita. Ma i circuiti legati ai lobi frontali, che presiedono al controllo e alla manifestazione razionale della paura, richiedono uno sviluppo più lento e impiegano anni a maturare.

Per il bambino reprimere e controllare le paure è più difficile. Innanzitutto, perché gli stessi pericoli sono suddivisi in categorie più grossolane e generali, per esempio, tutti i luoghi bui, senza distinguere tra i luoghi bui che conosciamo (il garage, la mia cameretta, ecc.) e i luoghi bui sconosciuti ed effettivamente pericolosi. Per un bambino può essere altrettanto spaventoso affrontare l’attraversamento del propria cameretta al buio, di quanto lo sia entrare in una buia casa abbandonata. Questa generalizzazione predispone il sistema primitivo della paura ad entrare in allarme anche per stimoli innocui verso i quali l’adulto che è in grado di distinguere, appronta comportamenti diversificati. Occorre trovare il tempo di fermarsi accanto a loro, rassicurare e lentamente imparare con loro a differenziare situazioni e momenti.

Pensando ai nostri figli notiamo che le paure si evolvono al variare dell’età, modificandosi la modalità di categorizzazione del pericolo e aumentando la capacità di previsione e di spiegazione e controllo riguardo ad esso.

I neonati possiedono una serie di tendenze innate che li aiutano a sopravvivere, nonostante siano incapaci di badare a se stessi e per la sopravvivenza dipendono da coloro che si prendono cura di loro. Reagiscono con paura alla sensazione di cadere, agli oggetti troppo vicini al loro viso, come ai rumori improvvisi o forti. Piangono se non si sentono adeguatamente sorretti quando vengono sollevati e mostrano segni di disagio se non vengono mantenuti i ritmi abituali delle cure quotidiane.

Imparano prestissimo a riconoscere il viso e la voce dell’adulto che si prende cura di loro, e mostrano di riconoscere il tocco e la particolare modalità di essere sorretti e maneggiati. In realtà le azioni che un neonato compie in condizioni di paura sono quelle dell’afferrare-stringere. Questa reazione è funzionale ad evitare ciò che più spaventa a questa età: il pericolo dell’abbandono, il venire meno di una presenza fisica in grado di rassicurare e proteggere. Non potendo opporre al pericolo esterno la forza fisica e la propria capacità di far fronte ad un ostacolo, i neonati e i bambini si sentono sicuri quando sono in contatto con le loro figure di attaccamento, e, in mancanza di esse, con oggetti transizionali (orsetti, succhiotti, ecc..) e con se stessi mediante i gesti di autocontatto. Bowlby definiva l’attaccamento tra il bambino e la madre una forma predisposta di sopravvivenza. Essa si manifesta in comportamenti volti a mantenere un contatto fisico e una sintonizzazione rispetto a ciò che si prova.

Quando un bambino cerca protezione da un adulto mostra una fiducia incondizionata, pensate solo a come si abbandona tra le braccia dei genitori il bambino piccolo, il senso di protezione che provano è totale. Gli studi di Hoffer sui cuccioli di animali, mostrano che l’interazione tra la madre e il suo piccolo funziona come un sistema di regolazione interna. Il contatto fisico con la madre consente di mantenere regolata la produzione di adrenalina, che si eleva e si scompensa se la distanza con la madre perdura. I sottili segnali che la madre invia al piccolo durante l’interazione di attaccamento, anche se non è una relazione ottimale, servono a inibire\contenere le risposte allo stress. Questi dati trovano interessanti conferme negli studi sugli esseri umani. La rilevanza del contatto con l’adulto viene rielaborata verso i sette mesi, quando quasi tutti manifestano la paura dell’estraneo e dopo l’anno di età, quando si registra l’ansia da distacco. A questa età, lasciarli con estranei o persone meno familiari, oppure soli in un ambiente, sia esso conosciuto o sconosciuto, richiede spesso un lungo rito di preparazione e diluizione del momento di separazione.

Dai tre ai sei anni i bambini fanno normalmente molte conoscenze e i coetanei acquistano importanza nella loro vita, e la separazione dai genitori viene via via vissuta come naturale, favorita dall’inserimento nella scuola materna. Le paure dei bambini in questi anni si arricchiscono e riflettono le loro elaborazioni riguardo all’ambiente in cui vivono. E’ questa l’età, in cui domina la paura del buio e di esseri immaginari, i «mostri», i fantasmi, i grossi animali predatori, i lupi, le streghe e gli orchi. La fantasia del bambino anima le sue paure, che assumono l’aspetto di creature precise che deve provare a combattere . Queste creature abitano fuori e dentro il bambino. Spesso nei disegni dei bambini di questa età il buio è presente come un mostro nero che ti avvolge. «Il buio – dice il bambino – viene sopra di me e io ho paura». I disegni dei bimbi ci fanno spesso riflettere sul ruolo di questi mostri. Non sono creature esterne, ma rappresentazioni di eventi-esperienze, più o meno intensi, che portano disagio e spaventano.

Esse, tuttavia, assumono una consistenza di quasi-realtà, poiché hanno una forma e delle caratteristiche definite. I lupi e le streghe non fanno paura perché sono mostruosi, all’opposto le nostre paure creano mostri che ben le rappresentano. Pertanto, come insegnano le fiabe, non serve dimostrare ad un bambino che ha paura del lupo, che i lupi non esistono, ma, se si vuole capire la sua paura, occorre indagare con che razza di lupi o streghe abbiamo a che fare, cosa fanno di cattivo, dove abitano e come sono. Solo quando sapremo con quale mostro abbiamo a che fare possiamo pensare con il bambino a cosa si può fare per eliminarlo e combatterlo. Perché ci sono lupi e lupi, streghe e streghe, orchi e orchi e un po’ esistono, anzi, sono molto più simili alle figure degli adulti di quanto essi stessi non credano. Ho visto centinaia di disegni di lupi, orchi e streghe fatti da bambini dai tre ai cinque anni. E’ sorprendente la loro varietà e la loro «quotidianità». Nel castello dell’orco disegnato da un bimbo di quattro anni, figlio di un militare, sono appesi i ritratti dell’orco e dell’orchessa il giorno delle loro nozze e l’orco è in divisa.

Il lupo di un bambino di cinque anni ha la valigetta e minaccia di svitare la lampadina nella camera dei porcellini e di lasciarli al buio per due sere. La strega rappresentata da una bimba di cinque anni è appena tornata dal parrucchiere e dice a Gretel di «non rompere le palle». Essi riflettono la realtà delle esperienze che i bambini fanno di abbandono, della fatica di affrontare i piccoli compiti richiesti, dei vissuti di punizione, degli atti di forza aggressiva, del senso di frustrazione e di inadeguatezza rispetto a quello che si esige da loro, delle loro gelosie e dell’impossibilità di spiegarsi in altro modo molto di ciò che sta loro succedendo. Dentro le fantasie “spaventose” dei nostri bambini troviamo dunque una parte importante di loro: ascoltiamole, non lasciamoci a nostra volta spaventare come se fossero manifestazioni gravi, oppure al contrario non lasciamoci prendere dall’ansia di eliminarle.

Prendiamoci il tempo per osservare e capirlo mentre affronta queste prime grandi battaglie contro i pericoli e con la propria capacità di fronteggiarli. Dormire da solo in cameretta è un punto di arrivo importante, ma se il buio è un mostro che arriva sopra di me, bisogna affrontarlo con calma e costanza: non aspettiamoci che venga vinto con una sola battaglia e neppure solo con la ragione ma usiamo anche arme potenti come l’affetto, l’umorismo la fantasia. Accendiamo un cielo immaginario di stelle e salutiamole ad una ad una. Chiamiamo un cavallo alato con la criniera luminosa, facciamo fare al brutto mostro del buio la pipì nei calzoni oppure……a voi e a lui le infinite scelte.

Maria Rita Ciceri
Ph.D., Professor of Communication Psychology
Catholic University of Milan

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2017-02-04T15:05:18+00:00

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